Maria Ranieri, docente di Tecnologie dell’Istruzione e Didattica Generale presso il
Dipartimento di FORLILPSI dell’Università degli Studi di Firenze

In questi ultimi mesi, un nuovo acronimo si è imposto nel lessico della scuola e delle famiglie: DaD, una formula che – come è ormai noto – sta per Didattica a Distanza. L’accostamento tra didattica e distanza appare disorientante: come si può insegnare e costruire una relazione educativa in assenza di un contatto diretto? Come si può imparare senza interagire faccia a faccia con l’insegnante e i compagni di classe? Non c’è dubbio che la distanza fisica possa costituire un ostacolo per la costruzione della relazione educativa. E, tuttavia, la presenza fisica non è garanzia di vicinanza affettiva, di attenzione al dialogo, di qualità della relazione educativa. In breve: la presenza fisica non è sinonimo di presenza pedagogica.
Ingredienti essenziali di un insegnamento di qualità, con o senza le tecnologie, rimangono una buona progettazione didattica, la centralità del dialogo e dell’ascolto nel rapporto con gli studenti, la facilitazione dei processi di apprendimento, la capacità di favorire lo sviluppo di un clima positivo all’interno della classe. Per far circolare online i segni della presenza pedagogica occorre prestare attenzione a questi aspetti, prendendosi cura degli studenti e allestendo ambienti di apprendimento stimolanti, ossia capaci di alimentare la curiosità intellettuale dei ragazzi senza generare sovraccarico cognitivo.

Ciò detto, realizzare l’obiettivo di mantenere viva la relazione educativa a distanza (o tra presenza e distanza), facendo circolare i segni della presenza pedagogica, non è certo semplice. Non basta, infatti, riproporre online quanto si fa in aula, ma è necessario ripensare il modo di insegnare tenendo conto delle diverse caratteristiche del setting formativo. Tempo e spazio sono le variabili da cui partire: ad esempio, il progetto didattico deve tener conto del fatto che stare un’ora davanti a uno schermo non è come stare un’ora in aula; il tempo della lezione va rimodulato alternando momenti sincroni e asincroni. Oppure, non si può sottovalutare il fatto che un conto è monitorare l’aula con lo sguardo, un altro attraverso la mediazione di uno schermo: cambia il meccanismo del feedback, dallo studente all’insegnante e dall’insegnante allo studente, e ciò richiede il ricorso a tecniche specifiche per alimentare un meccanismo essenziale per la qualità del processo formativo.
Pause frequenti, domande attivanti, discussioni collettive, valutazione formativa e lavori in piccoli gruppi: sono questi alcuni degli ingredienti essenziali di una didattica digitale, oltre la distanza per la relazione. Il lavoro in piccoli gruppi va organizzato e monitorato avvalendosi della varietà di strumenti digitali oggi disponibili a supporto della produzione condivisa; gli studenti vanno preparati alla collaborazione non dando per scontato che ne siano capaci: scrivere un testo a più mani, coordinarsi a distanza, sentirsi gruppo in situazioni di emergenza richiede accorgimenti invisibili ma fondamentali da parte del docente. Il momento formativo e quello valutativo non vanno dissociati:
inutile dare i compiti agli studenti senza restituire un feedback formativo, senza indicare cosa va bene e cosa si può migliorare; inutile aggiungere contenuti senza favorire negli studenti la capacità di automonitorare e autoregolare i propri processi di apprendimento.
La tecnologia in questo caso può essere vista come un dispositivo in grado di facilitare il meccanismo del feedback attraverso questionari digitali di autovalutazione, colloqui individuali online, sondaggi elettronici rivolti alla classe con restituzione immediata dei risultati delle risposte.
Insomma, saperi e tecniche per prendersi cura dei nostri studenti in presenza, a distanza e in modalità mista non mancano: la strada è quella della formazione degli insegnanti e di un nuovo patto tra scuola e famiglia, fondamentale per rilanciare i temi educativi nel nostro paese.