Massimo Cirri, conduttore radiofonico

La prima lezione di un corso sulla comunicazione radiotelevisiva che tengo confusamente all’università è sempre la più interessante di tutte. Perché parlano i ragazzi e le ragazze che hanno avuto la sconsiderata idea di iscriversi. Hanno vent’anni, studiano comunicazione e raccontano cosa c’è nella loro dieta mediatica. Di che notizie, informazioni, intrattenimento, cose lette e cose viste vi nutrite ogni giorno? E da dove le prendete? Giornali? Tivù? E la radio? E quando? E quanto? E le mandate giù ordinatamente o ingurgitate senza troppi criteri, come davanti a un sacchetto di patatine troppo grande e aperto troppo vicino all’ora di cena?
Ognuno dice della sua dieta e mette in comune qualcosa di sé. Per tutti il digitale è sempre il piatto forte. I social: Twitter, Instagram e Facebook sopra tutti. Sono loro che forniscono notizie, contenuti, “storie interessanti”, visioni del mondo, vita sociale. I social, raccontano tutti gli studenti, fanno di più: impiattano, sono i camerieri che portano in tavola pietanze preparate in altre cucine. “Leggo anche articoli sui quotidiani, certo, e anche spesso, ma ci arrivo da Facebook”. L’articolo può essere stato postato da un amico o può arrivare direttamente dalla pagina Facebook del quotidiano che lo pubblica e che probabilmente ha già fatto con un algoritmo potente e sofisticato quello che stiamo cercando di fare stamattina molto più alla buona in quest’aula di università: un’analisi della dieta mediatica di chi ha vent’anni. Per capire cosa gli si può servire online in cambio dei suoi dati, del suo tempo su un sito invece che un altro, del suo consumare.
Anche la televisione passa per i social: frammenti, schegge di programmi condensati e rimbalzati in rete. E poi tantissima comunicazione video che arriva sullo smartphone ed è completamente estranea ai contenuti e alla forma delle televisioni tradizionali. E poi la prossimità, la vicinanza stretta tra il contenitore-fornitore del cibo mediatico e chi se ne serve: tutti gli studenti raccontano di dormire con lo smartphone sul comodino e per tutti dare un’occhiata ai social è sempre l’ultimo gesto prima di addormentarsi e sarà il primo al mattino dopo. Io penso che non c’è neanche lo spegnere la luce come gesto simbolico prima di addormentarsi. Lo smartphone non ha bisogno della luce. Ce l’ha dentro, è la luce. Fornisce il suo cibo mediatico fino all’ultimo istante prima di addormentarsi e subito al risveglio: come avere un frigobar sul comodino.

Io, anziano analogico, resto sempre un po’ colpito dal racconto di queste abitudini dei nativi digitali al momento dell’addormentamento. Chiudere gli occhi sul mondo, la sera, ogni sera, non è più mediato da un libro su cui addormentarsi senza sapere se è mortalmente noioso l’autore o sono
troppo stanco io; né da una preghiera – si usava anche quella – né dalla televisione davanti alla quale ci si appisolava pesantemente con la sicurezza che era noiosa lei. Questi ragazzi intelligenti, svegli, colti, finiscono il giorno, tutti i giorni, gettando un occhio al mondo – alla sua rappresentazione fatta dai social network – dormono e poi al risveglio, ancora sdraiati, prendono in mano lo smartphone e riaprono una finestra infinita sul mondo.
Un cambiamento rapidissimo – sono bastati un pugno di anni – e radicale. Io ne sono affascinato. Mi verrebbe da chiedere se addormentarsi dopo aver dato un’ultima occhiata alla time line di Facebook cambia anche il modo di sognare e ciò che si sogna e il linguaggio strano dei sogni. Ma ci sarà tempo per capirlo. Siamo solo all’inizio.